La matematica cola a picco

Mai così basso il numero di iscritti: studi qualitativamente inadeguati per la ricerca e le sfide future

Alla matematica italiana il riconoscimento più importante lo tributò Albert Einstein quando, per formalizzare la teoria della relatività, fece ricorso agli innovativi strumenti di calcolo (tensoriale) messi a punto da Gregorio Ricci-Curbastro e Tullio Levi-Civita. Quegli strumenti rappresentarono per Einstein un fondamento matematico indispensabile, "il linguaggio" senza il quale la straordinaria equazione che ha cambiato la visione del mondo non avrebbe trovato una formulazione.

Crisi profonda.
La grande tradizione della matematica italiana, però, oggi nulla può contro un'allarmante, costante diminuzione delle nostre "beautiful minds". La serie delle iscrizioni universitarie degli ultimi anni parla chiaro: dai 4.396 iscritti di 15 anni fa si è passati agli attuali 1850.
Ma perché i giovani sono poco attratti da questi studi, che invece hanno orizzonti applicativi sempre più vasti e sbocchi professionali nuovi e interessanti? Siamo di fronte a un caso di skill shortage o di saturazione dei mercato? La risposta è tutt'altro che scontata.

I numeri della facoltà
Gli immatricolati in Italia dal 1989 a oggi

1989-90 4.396
1991-92 4.173
1993-94 4.581
1994-95 3.635
1995-96 3.255
1996-97 2.579
1998-99 1.921
2000-01 1.611
2002-03 1.740
2003-04 1.848

Le cause.
Edoardo Vesentini matematico, già presidente dell'Accademia dei Lincei e per molti anni direttore della Scuola Normale di Pisa, ci offre una prima chiave di lettura: "Negli anni '70 insegnavo nel Maryland, e le università americane denunciavano già una preoccupante riduzione degli iscritti, compensata però dall'arrivo di numerosi e brillanti studenti stranieri. Gli allievi americani pensavano a carriere più remunerative: la stessa cosa accade oggi anche in Europa. Nel nostro Paese il problema è però accentuato dalla percezione negativa che hanno i giovani del lavoro di ricercatore. La porta di ingresso alla ricerca è divenuta sempre più stretta e le condizioni sempre più precarie e penalizzanti". Nel frattempo altre porte si sono però aperte nel mondo dell'industria e dei servizi: ma per andare incontro a queste esigenze, sottolinea Vesentini, si è attuata una compressione dei programmi universitari che sta producendo gravi danni culturali.

I nodi.
Secondo Vesentini e molti suoi colleghi, l'università di oggi forma matematici quantitativamente insufficienti per il sistema produttivo e qualitativamente inadeguati per la ricerca e le vere sfide del domani. Sul passaggio critico "quantità-qualità" punta il dito anche Luigi Anibrosio, professore di Analisi matematica alla Normale ed esperto di calcolo delle variazioni (settore di ricerca fondamentale con molte implicazioni di interesse applicativo): "Nel nostro campo conta più la qualità che la quantità. Alla Normale i piccoli numeri sono anzi la regola: ogni anno selezioniamo una decina di giovani, molti dei quali trovano sbocco nella ricerca. Nel panorama nazionale, invece, i matematici che si dedicano alla ricerca sono una minoranza. Prima molti andavano a insegnare oggi no: un po' perchè il mondo della scuola attrae meno, ma soprattutto per la forte concorrenza di altri laureati, ingegneri o biologi, che sono stati riconosciuti abili alla docenza della matematica. Una scelta a mio avviso suicida, che rischia di pregiudicare la preparazione di base dei ragazzi: non escludo che sulla scelta universitaria pesi anche questo fattore".

Gli sbocchi.
Se diminuisce il numero dei matematici nella ricerca e nella scuola, aumenta quello in campo finanziario, assicurativo, dei servizi, oltre che nei settori più avanzati del calcolo. Probabilmente, osserva Ambrosio, molti giovani ignorano i forti legami che esistono tra la matematica e i cosiddetti sistemi complessi, una categoria in cui rientrano i mercati finanziari, le dinamiche sociali, le previsioni meteorologiche, le questioni del traffico e molto altro. La conferma viene da un manager della ricerca, Manuela Arata, che ha a lungo diretto l'Istituto nazionale di fisica della materia: "Le industrie italiane si stanno convincendo che matematici e fisici possono ricoprire con successo ruoli organizzativi, proprio per la loro capacità di gestire problemi complessi". Del resto, se nei corsi delle grandi scuole di tecnologia come il Mit si insegna la matematica, è perché essa consente di affrontare problemi diversi con un approccio flessibile, cogliendo gli elementi di trasversalità e ragionando per astrazione.

Elisabetta Durante

Fonte: @lfa Il Sole-24 ore del 21-07-2005